IMPERIALISMI, COLONIALISMI E MASSACRI

10 dicembre 2011

Thiaroyè, 1944

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In un libro di storia francese («Histoire de l’Afrique occidentale francaise» di Marcel Chailley) si liquida in poche righe il massacro di Thiaroyè in Senegal. Ecco come: “Sono da sottolineare i gravi incidenti avvenuti il 28, 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1944 a Thiaroye, in Senegal. Alcuni fucilieri rimpatriati si ammutinavano. Si trattava di ex prigionieri, probabilmente contaminati dalla propaganda tedesca e dal sovvertimento dell’ordine francese in quel periodo difficile. Tali incidenti, che non ebbero al momento serie ripercussioni, verranno sfruttati, 15 anni più tardi, dal Partito africano dell’indipendenza». Un falso ignobile. Basta leggere altri libri («France and the Africans» dell’inglese Edward Mortimer) per sapere la verità. I ribelli di Thiaroyè vengono massacrati all’alba del 1 dicembre 1944 nel sonno. Dormono dopo la festa: quella che credevano una vittoria era solo un vile inganno. Dopo aver combattuto con i francesi in vari fronti della seconda guerra mondiale, un centinaio (il numero esatto non è stato noto) di fucilieri africani, soprattutto senegalesi, sono finalmente rimpatriati. Nel campo di transito a Thiaroyè, presso Dakar, scoprono che il salario pattuito non verrà pagato per intero. Il furto e l’arroganza sono la goccia che fa traboccare il vaso: si ribellano, prendono in ostaggio il comandante francese del campo. Trattative concitate per tre giorni, poi l’accordo: otterranno tutto quello che era stato promesso. Ai soldati africani basta la “parola d’onore”: rilasciano subito l’alto ufficiale e la sera festeggiano quella piccola, grande vittoria. Poche ore dopo vengono sorpresi nel sonno e massacrati dalle truppe francesi. Avevano combattuto contro il nazismo in nome della libertà ma restavano truppe coloniali, servi, senza dignità o diritti. La vicenda è stata narrata in un lungo film «Campo Thiaroyè» dello scrittore e regista senegalese Ousmane Sembene (straordinario anche il suo recente «Mooladè» sulle mutilazioni genitali) e di Thierno Faty Sow.(del Burkina faso). Se amate il cinema – e la storia moderna – recuperatelo dal catalogo Coe (coemilano@coeweb.org). Un episodio storico che brucia ancora, tant’è vero che il festival di Cannes nel 1987 rifiutò il film. Nel «Morandini, dizionario dei film» viene inquadrato come «un episodio storico che i libri di storia omettono, un orrendo crimine del colonialismo francese…». Uno dei tanti. L’Italia democratica ha più scheletri negli armadi dei francesi; quanto a film o documentari storici censurati ne abbiamo un bel po’ anche noi. (…)

 

1937, Gli orrori di Nanchino

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L’articolo si intitola «Corsa serrata fra i sottotenenti in lizza per l’abbattimento di 100 cinesi». Esce il 7 dicembre 1937 sul «Japan Advertiser». Eccone un brano: «Il sottotenente Mukai Toshiaki e il sottotenente Noda Takashi, entrambi in forza all’unità Katagiri di Kuyunk, che si stanno affrontando in una gara amichevolr su chi riuscirà ad abbattere con la spada 100 nemici cinesi prima che le forze giapponesi occupino Nanchino, si trovano ormai alle fasi conclusive dell’incontro. Fino a domenica scorsa, secondo l’Ashai Shimbun, il punteggio era: sottotenente Mukai 89, sottotenente Noda 78». Quell’articolo viene ripreso, nel 1997, in un libro famoso «Lo stupro di Nanchino» (in italiano dall’editore Corbaccio) della cino-americana Iris Chang. Lo cita anche, nel 2009, Gian Antonio Stella nel suo «Negri, froci, giudei & co.» ricordando che ben pochi giapponesi hanno ammesso le loro responsabilità ma soprattutto che nei testi scolastici nipponici manca ogni riferimento al massacro di Nanchino, alla creazionedei bordelli-prigione o all’unità 731 diretta dal biologo Shiro Ishii, soprannominato «il dottor Mengele giapponese». Nel 1937 Nanchino era la capitale cinese. Cade nelle mani giapponesi il 13 dicembre 1937: massacri, stupri e saccheggi vanno avanti per mesi. Secondo le stime del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente (una sorta di Norimberga giapponese che si svolse fra il 1946 e il 1948) sono oltre 200 mila i civili e prigionieri di guerra assassinati a Nanchino e nei dintorni, solo nelle prime 6 settimane di occupazione. Per molti studiosi (fra cui Iris Chang) la cifra più vicina al vero è 300mila. Nel dicembre 2007 alcuni documenti statunitensi (fino ad allora segreti) fanno salire il numero dei morti di Nanchino a mezzo milione. Se qualcuno si chiede come mai gli Usa furono così reticenti sui massacri nipponici (e anzi diedero asilo ad alcuni “scienzati” noti come criminali di guerra) bisogna ricordare che a pochissimi anni dalla fine della seconda guerra mondiale il Giappone divenne un tassello fondamentale nella strategia anti-cinese. Il quadro storico nel quale avviene il massacro di Nanchino è la seconda guerra sino-giapponese. Dopo la battaglia di Shangai, il 6 agosto 1937 l’imperatore Hiro Hito ratifica la scelta di non rispettare i vincoli imposti dalle convenzioni internazionali per il trattamento dei prigionieri. Quando la guerra si avvicina a Nanchino quasi tutti gli occidentali se ne vanno, Fra i pochi a rimanere il tedesco John Rabe, dirigente della Siemens che qualcuno definì assurdamente «il nazista buono». Più di recente, Rabe è stato ribattezzato «lo Schindler di Nanchino» perchè in quel periodo riuscì a salvare decine di migliaia di cinesi. Le sue proteste, inviate in Germania, contro quegli orrori gli costarono il richiamo in patria e soprattutto l’arresto. Proprio il 7 dicembre 1937 l’esercito giapponese trasmette un dispaccio alle truppe avvisando che a Nanchino saccheggi, incendi, illegalità verranno puniti severamente. In realtà accade il contrario. Dopo un ultimatum, il 12 dicembre, le truppe cinesi si ritirano. I giapponesi entrano in città il giorno dopo, incontrando pochissima resistenza eppure si scatena ogni violenza persino con torture e teste mozzate. Vi sono molte testimonianze e persino il filmato di un missionario statunitense, John Magee, ma anche le confessioni – molti anni dopo – di alcuni veterani di guerra giapponesi fra i quali Shiro Azuma, Tominaga Sozo e il medico Nagatomi Hakudo. Il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente ha stabilito che vennero stuprate (spesso in pubblico) almeno 20.000 donne fra le quali anche bambine e anziane, molte delle quali poi furono uccise o mutilate mentre le altre venivano mandate nei bordelli-prigione. Ancor oggi il Giappone rifiuta di risarcire le vittime dei crimini di guerra e gli eredi delle cavie umane uccise dall’Unità 731 in Manciura. Ma fatica anche, al di là di qualche timida ammissione ufficiale, a fare i conti con gli orrori di Nanchino. Nel 2004 un’ondata nazionalista e militarista costringe una casa editrice di manga a ritirare il fumetto di Hiroshi Motomiya che ha trattato in modo “troppo” esplicito la strage di Nanchino. E intanto alcuni parlamentari giapponesi vanno a rendere omaggio al santuario di Yasukuniu dove sono seppelliti anche 7 criminali di guerra. Fra i non molti libri in italiano che affrontano quell’orrore rimosso vale segnalare il saggio «Fotografia, memoria e giustizia: la strage di Nanchino nel 1937» di Robert Chi nel volume «Dopo la violenza: costruzioni di memoria nel mondo contemporaneo» pubblicato nel 2005 dall’editore L’ancora del Mediterraneo e che riprende gli atti di un convegno del 2002. Trattando di memoria è d’obbligo un riferimento ai diversi modi nei quali i Paesi del patto “Roberto” (Roma, Berlino, Tokio) hanno affrontato nel dopoguerra i crimini di guerra. Quando uscì la traduzione italiana di «Lo stupro di Nanchino» il quotidiano «L’unità» diede ampio spazio al libro di Iris Chang e intervistò lo storico Gabriele Nissim chiedendogli, fra l’altro, se gli unici «vaccinati», cioè capaci di fare i conti con la propria stroria, fossero i tedeschi. E lui rispose di sì, ricordando come l’Italia ma anche l’Ungheria e la Bulgaria, Paesi alleati dei nazisti, o la Francia (per quel che riguarda la repubblica collaborazionista di Vicky) continuano, salvo poche eccezioni, a tacere e auto-assolversi.

http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/12/09/scor-date-fra-28-novembre-e-8-dicembre/

LA MATTANZA DEGLI ALGERINI A PARIGI

20 novembre 2011

di Karim Metref

Quest’anno si ricorda il cinquantesimo anniversario della strage del 17 ottobre 1961 a Parigi.

 "Qui si annegano algerini". Parigi, Quai de Conti, lungo la Senna, qualche giorno dopo la strage del 17 ottobre 1961.

“Qui si annegano algerini”, recita la scritta sul muro, qualche giorno dopo la strage.

 

La guerra in Algeria tirava verso la fine. Il braccio di ferro militare stava tornando a favore dell’esercito francese, ma al livello politico, il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) algerino stava vincendo battaglia dopo battaglia. Il 17 ottobre, quest’ultimo lancia un appello per manifestare a Parigi, nel cuore dell’impero. La patria dei diritti umani non esita a massacrare i manifestanti inermi. Centinaia i morti. Uno dei tanti crimini contro l’umanità della potenza coloniale, ma questo più imbarazzante di tutti, perché compiuto dentro i muri di casa.

Una vittoria militare e una sconfitta politica

Quello che le autorità francesi continuano a chiamare “Les événements d’Algérie”, cioè la guerra d’Algeria, alla fine degli anni cinquanta era al massimo della sua intensità. Il colonnello Massu, nel 1957, ha provato spazzando via l’organizzazione cittadina dei ribelli in meno di un anno, in quella che divenne famosa come la Battaglia di Algeri, che l’Fln poteva essere battuto, almeno militarmente. Ma per ciò si dovevano mettere impegno e mezzi adeguati: sorveglianza e militarizzazione del territorio, infiltrazioni, arresti a tappeto, torture sistematiche e smantellamento delle reti di sostegno. L’esercito francese decide di lanciare una larga offensiva per sradicare la parte più importante della ribellione: l’Esercito di Liberazione Nazionale (Aln).

I generali Challe e Gracieu lanciarono operazioni micidiali su varie zone del Paese, quelle più coinvolte. Le operazioni “Challe” nelle montagne dell’Aures e dell’Ouarsenis, e l’operazione “Jumelle”, in Cabilia, fanno centinaia di migliaia di vittime. L’esercito di liberazione è allo stremo. I partigiani sono rimasti in pochi, scarsamente equipaggiati, mal nutriti e braccati ovunque. La guerra militare sembra quasi sul punto di essere vinta dall’esercito coloniale.

Soltanto che sul piano politico l’Fln, spingendo la Francia a commettere carneficina su carneficina, stava stravincendo la partita.

La delegazione del Fln era ricevuta all’Onu e godeva del sostegno di molti Paesi del mondo. Lo sciopero generale del 28 gennaio 1957 aveva provato al mondo che i guerrieri avevano un popolo dietro e che non erano soltanto banditi armati come li descriveva la stampa francese. Le manifestazioni del 9 dicembre 1960 ad Algeri e in varie città d’Algeria, mostrano che la popolazione civile è pronta a sfidare la repressione selvaggia per schierarsi a favore dell’indipendenza.

Ma la botta segreta, gli strateghi del Fronte, la vollero dare in terra francese. Nella bocca del lupo, come si diceva allora.

La Federazione di Francia

I lavoratori algerini in Francia erano centinaia di migliaia. Portati a navi piene dopo la guerra per ricostruire il Paese. Era mano d’opera pura. Dovevano lavorare nei posti più duri, più sporchi o più pericolosi e poi andare a nascondersi nei centri d’accoglienza per lavoratori stranieri. La legislazione dell’epoca non prevedeva la presenza di mogli e figli dei lavoratori. E chi decise di farli venire dovette uscire dai centri di accoglienza e andare a costruirsi una baracca di lamiere e di cartoni in qualche periferia di Parigi.

É tra questi lavoratori che nascono, già negli anni 30, i primi movimenti indipendentisti. Per lo più sono operai politicizzati che escono dal Pc francese perché si accorgono che l’internazionalismo dei compagni francesi spesso si ferma in Europa.

Nel 1957 mentre Massu smantellava la rete di lotta armata cittadina di Algeri, gli attivisti del Fronte organizzavano la Federazione di Francia. Un vero e proprio polmone per l’organizzazione. Le reti di sostegno raccolgono montagne di soldi presso i lavoratori, assicurano all’esercito di liberazione armamenti e medicine, e ai vertici del Fln spostamenti e soggiorni all’estero. Creano contatti con organizzazioni internazionali e con i Paesi del blocco socialista. La federazione di Francia è in contatto con la crema della cultura francese e porta la sinistra francese, poco a poco, prima quella extraparlamentare, poi anche alcuni pezzi grossi del Pc, a schierarsi dalla sua parte.

Ma tutto ciò non basta. Aveva bisogno di portare il conflitto in terra di Francia. Per far vedere al popolo francese e al mondo, su quale letto di violenza e di ipocrisia riposava la grandeur della repubblica francese. Lo scontro non tardò ad aver luogo. Duro e crudele come sanno essere le guerre urbane. Terrorismo, assassini, bombe, repressione, paura, odio, caccia all’uomo, linciaggi…

I servizi francesi non esitano a creare una finta organizzazione terroristica, “La main rouge”, per liquidare fisicamente i sostenitori francesi del Fronte di Liberazione.

Il giorno della mattanza silenziosa

È in questo clima che è lanciato l’appello per la manifestazione del 17 ottobre 1961. Il prefetto di Parigi, Maurice Papon, decreta il “coprifuoco etnico”: vietato agli algerini di uscire di casa dalle 20 alle 5. Giusto il tempo di andare a lavorare e tornare a casa.

La vita già dura dei lavoratori magrebini in genere e algerini in particolare diventa un vero inferno, un carcere duro.

Il Fronte chiama gli algerini, uomini, donne e bambini ad uscire tutti quanti, in massa, dopo le 20.30 e di raggiungere le principali piazze e vie di Parigi. L’organizzazione è perfetta. Nessun manifesto, nessun foglio distribuito. Soltanto passaparola. Le consegne erano poche, semplici e precise: uscire di casa, in famiglia, ben vestiti, non portare in tasca o in borsa niente che possa essere considerata arma (coltello, cacciavite…), violare collettivamente il coprifuoco e recarsi nelle piazze e boulevard principali della capitale per scandire slogan contro le discriminazioni e a favore dell’indipendenza.

L’organizzazione era talmente efficace che quando il prefetto Maurice Papon fu avvertito del fatto era già il pomeriggio del 17 ottobre. Il telegramma inviato dalla prefettura a tutti i commissariati della capitale arriva alle 16.30. Quando si mobilitano le forze dell’ordine, i primi manifestanti erano già sui mezzi di trasporto che li portavano dalle lontane periferie verso il centro città.

Ma la repressione sarà selvaggia. Papon, dopo consultazione con l’allora ministro degli interni, Roger Frey, dà carta bianca alle truppe per impedire l’arrivo dei manifestanti ai luoghi di raduno con qualsiasi mezzo. Decine di migliaia di persone vengono fermate, sequestrate dentro i mezzi di trasporto, rinchiuse nelle stazioni della metropolitana, negli stadi… è una vera mattanza. Pestaggi, spari a bruciapelo, centinaia di persone, vive o morte, vengono buttate nella Sena.

Schiavitù – disuguaglianza – Ferocia

Il bilancio è pesantissimo. Si parla di almeno 200 morti certi e migliaia di feriti. Una vera e propria guerra contro civili disarmati. Un massacro degno di quelli che la potenza coloniale era abituata a compiere lontano da casa nelle colonie. Ma questa volta il cittadino parigino anche se fa finta di non aver visto, non poteva più veramente ignorare la realtà. I cadaveri che galleggiavano sulla Sena a decine, parlavano da soli. Chi voleva vedere poteva vedere che sull’altra faccia delle monete francesi c’era scritto: “Esclavage – Inégalité – férocité”.

Ancora oggi, la Francia non ha riconosciuto il massacro del 17 ottobre 1961. Così come non riconosce nessuno dei crimini contro l’umanità commessi nelle colonie. Maurice Papon, diventato in seguito anche ministro, fu arrestato e processato nel 1998 per concorso in crimine contro l’umanità, per aver partecipato, in quanto segretario di prefettura, alla deportazione di migliaia di ebrei verso i campi di sterminio, durante la seconda guerra mondiale. Ma mentre veniva processato per un crimine in cui ha collaborato come semplice esecutore, le associazioni franco-algerine che rivendicano giustizia per le vittime della violenza coloniale non sono riuscite a introdurre tra i capi d’accusa i crimini che Papon aveva ordinato e diretto personalmente (con l’avallo del ministro e di Charles De Gaulle, ovviamente). Il male è solo nazifascismo, i crimini coloniali non sono all’ordine del giorno nella giustizia francese e nemmeno in quella europea… e forse non lo saranno mai.

Per approfondire:

Collettivo 17 octobre 1961: http://www.17octobre61.org/

http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/10/17/17-ottobre-196-la-mattanza-degli-algerini-a-parigi/

IL COMANDANTE EVARISTO

1 novembre 2011

Si faceva chiamare Evaristo, ma il suo vero nome era Nestor, Nestor Cerpa Cartolini, per esser precisi. Non è passato molto tempo dalla sua morte, solo quattordici anni. Il comandante Evaristo fu ucciso insieme ai suoi compagni il 22 Aprile del 1997 da unità speciali del governo peruviano.

Con un gruppo di fidati compagni, il 17 dicembre 1996, alle 20,25 ora locale, il combattente del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, MRTA, assaltò la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima durante una sontuosa festa affollata di personalità locali ed internazionali: politici, diplomatici accreditati in Perù, militari, imprenditori. Lo scopo dell’azione fu sintetizzato nel loro primo comunicato:

 

La direzione nazionale del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru si rivolge al popolo peruviano per rendere noto che il giorno martedì 17 dicembre alle ore 20,25 la Unità delle Forze Speciali “Edgard Sanchez” della nostra organizzazione, ha occupato militarmente la residenza dell’ambasciatore del Giappone e ha preso come prigionieri diverse personalità politiche, imprenditoriali e membri del corpo diplomatico accreditati in Perù.

Abbiamo denominato questa operazione: ” Oscar Torre Condesu ” con la parola d’ordine “rompendo il silenzio, il popolo li vuole liberi”, questa operazione e’ incaricata dal comandante dell’MRTA HEMIGIDIO HUERTA LOAIZA. Rendiamo noto che dall’occupazione militare della residenza dell’ambasciatore giapponese in Perù si sono prese tutte le precauzioni del caso per rispettare l’integrità fisica e morale delle personalità catturate. Quest’occupazione militare è stata realizzata come protesta per l’ingerenza del governo Giapponese nella vita politica del nostro paese, avallando in tutti i momenti i metodi di violazione dei diritti umani applicati dal governo del signor Fujimori, cosi come la sua politica economica che ha prodotto miseria e fame per la maggioranza del popolo peruviano.

Riaffermiamo che ci siamo trovati costretti a queste misure estreme per preservare la vita di decine di militanti e dirigenti della nostra organizzazione che sono prigionieri in condizioni inumane e sottoposti ad una politica carceraria che cerca il loro annichilimento fisico e mentale, rinchiusi in veri e proprie “carceri tombe ” cosi come confermato dal sig. Alberto Fujimori con le seguenti parole: ” là imputridiranno e usciranno solo morti “, mostrando una persecuzione irrazionale contro coloro che lottano e che si sono alzati in armi lottando per il benessere del nostro popolo.

In questo senso riaffermiamo il totale rispetto dell’integrità fisica delle personalità catturate e che verranno liberati solamente quando il governo acconsentirà alle seguenti richieste:

1) Impegno a cambiare direzione della politica economica verso un modello volto al benessere di tutti.

2) La liberazione di tutti i prigionieri appartenenti all’MRTA e accusati di appartenere alla nostra organizzazione.

3) Trasferimento del commando intervenuto nella residenza dell’ambasciatore giapponese insieme con tutti i compagni prigionieri dell’MRTA verso la selva centrale. Come garanti sarà inclusa parte delle personalità catturate e una volta nella zona guerrigliera saranno liberati.

4) Pagamento di una tassa di guerra.

L’MRTA e’ stata sempre una organizzazione disposta a proposte di dialogo incontrando però solamente il rifiuto e l’inganno del governo. Deve essere chiaro a tutti che qualsiasi soluzione militare che ponga in pericolo di vita le personalità catturate sarà di assoluta responsabilità del governo, così come qualsiasi altro comportamento cui ci costringa il governo se non accetterà le nostre proposte.

 

Nestor non era un terrorista, non avrebbe mai torto un capello a nessuno, e infatti non lo fece. E nessuno degli ostaggi liberati dichiarò di aver mai avuto paura di lui, paura di essere ucciso. I combattenti del MRTA rispettavano la vita. Non si poteva dire altrettanto di “ El chino”, il presidente del Perù Alberto Fujimori. Dietro suo ordine il commando di “Tupamaros” fu trucidato praticamente a sangue freddo, come testimoniarono alcuni degli ostaggi che assistettero al massacro. Le feroci teste di cuoio spararono su alcuni membri del commando che avevano deposto le armi e avevano le braccia alzate, mentre altri miracolosamente sopravvissuti furono trucidati poco più tardi ed i loro corpi massacrati.

 

 

Erano le 15,30 del 22 aprile. Ha squillato il mio cellulare, era il comandante Cerpa Cartolini: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America latina”

“Quando a Lima erano le 15,30 del 22 aprile, meno di un giorno fa, ero all’aeroporto di Monaco di Baviera e ha suonato il mio cellulare. Era Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che mi chiamava. Qualcuno, un giornalista tedesco forse, gli aveva dato il mio numero e gli aveva fatto sapere che ero disponibile a fare parte di uno scudo umano per interporsi fra i sequestratori dell’Mrta, che da 126 giorni occupavano la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, e la follia di Fujimori, un discendente di giapponesi che, per quanto ci costi riconoscerlo, rappresenta la peggior spazzatura giunta su un continente che ha sempre accolto bene gli emigranti.”

Luis Sepùlveda

 

Il presidente Fujimori e la polizia ingannarono le famiglie dei guerriglieri uccisi e non permisero a nessuno dei familiari di vedere i corpi martoriati. Le salme furono seppellite in gran segreto in cimiteri periferici, lontano dagli occhi dei peruviani per i quali avevano combattuto. Solo alla zia di Nestor, sorella della madre, fu concesso di vedere e ricomporre la salma del nipote. Lei raccontò di aver rinvenuto chiari segni di strangolamento e che il viso era spappolato da trentuno colpi di arma da fuoco. Il comandante Evaristo fu seppellito anch’egli come i suoi compagni e le autorità proibirono a chiunque di visitare la sua tomba. La madre di Nestor Cerpa Cartolini non vedeva suo figlio dal 1984, data in cui il guerrigliero decise di entrare in clandestinità. Insieme alla sorella di Nestor furono costrette dopo quella data a riparare in Francia, a Nantes. Lei, e sua figlia dopo di lei, stanno ancora chiedendo giustizia.

 

 


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